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Anche il giornalismo ha il suo festival, un “festival internazionale”. La prima edizione, diretta da Claudio Sabelli Fioretti, si è svolta a Perugia. Lì s’è detto che il giornalismo d’oggi non gode certo buona salute. Il caporedattore dell’Indipendent On Sunday di Londra, David Randall, ha detto: “Oggi il cronista non scova più la notizia dai bassifondi, non odora più di sigarette, né ci sa fare più coi dadi. Oggi un film che ritraesse fedelmente il lavoro dei giornalisti li mostrerebbe seduti in permanenza davanti al computer, come in un call center. Lo spazio per osservare la vita da vicino, per gli amori, le bevute, le sciocchezze, perfino le fonti, è molto ridotto…”. Ed ha aggiunto: “Il mercato non crede più negli editori di carta stampata, gli editori non credono più nelle inchieste e i giornalisti non credono più in se stessi”. E allora, qual è il futuro dei giornali? Presentando il suo libro “L’ultima copia del New York Times”, il giornalista Vittorio Sabadin ha detto che i giornali spariranno nel 2043. E’ stato più ottimista di Arthur Sulzberger, direttore del Times che ha previsto la fine nel 2017, dichiarando di puntare tutto sulle chat room e sul multimedia e denunciando che “solo negli Usa i grandi gruppi editoriali perdono il 5-6 per cento all’anno e di fronte alle perdite tagliano i costi ed erodono la qualità del giornale”.
Al coro dei pessimisti si è aggiunto anche Marco Travaglio, secondo cui “in Italia dalla carta stampa sono già scomparsi i fatti e un giornale senza fatti ha poca ragione di esistere”; ciò avviene “quando il giornalista prende il sopravvento sulla notizia e la annulla o semplicemente la nasconde”. C’è “chi nasconde i fatti perché non li conosce o ha paura delle querele, perché contraddice editore e linea del giornale, perché è nato servo e, come diceva Victor Hugo, c’è gente che pagherebbe per vendersi”. Sembra di rivedere il film di Orson Welles “Quarto potere”: il giornalismo di inchiesta si annacquerà di veliname. La politica e la finanza domineranno l’informazione. I giornalisti professionisti saranno sostituiti dagli stagisti, gli editori restringeranno lentamente i margini di libertà e i nuovi media ammazzeranno la vecchia e cara carta stampata.
Anche se Ezio Mauro, direttore de “la Repubblica”, ha difeso un po’ il “ramo” affermando che la capacità di battagliare per le idee la possiede solo il vecchio giornale, quella cosa di carta e inchiostro vecchia già alle dieci del mattino”, quello di Perugia è stato un festival all’insegna del pessimismo.
Ma Innocenzo Cruciani, presidente della Scuola di giornalismo di Perugia. ha sottolineato come, anche nell’era della multimedialità, i tre punti fondamentali del giornalismo sono sempre quelli: la notizia, il lettore, il giornalista. Nei prossimi anni - ha aggiunto - i giornalisti saranno ciò che vorranno essere, ma assolveranno il loro compito solo se riusciranno a rappresentare il punto di vista semplice dell’uomo della strada.
E il “vecchio capitano del giornalismo italiano”, Piero Ottone, ha detto che una virtù il nostro giornalismo ce l’ha: quella di essere colto, scritto bene, permettendo così una buona lettura, un giornalismo culturalmente ricco. Poi, però, commette “peccati”. Peccato veniale è il fatto che la presenza di un’eccessiva letteratura insidia e induce spesso il giornalista a mettere in mostra le sue qualità letterarie a scapito delle notizie. Peccato mortale è che la professione giornalistica in Italia non crede nell’obiettività. Un giornalista deve assolutamente avere un proprio punto di vista, ma, quando racconta un fatto, deve farlo indipendentemente dalle sue tendenze e dai suoi ideali. Il vero giornalista di fronte alla verità deve dimenticare le sue posizioni politiche, cercando di giungere al fondo dei problemi indipendentemente dalla politica. Il giornalista, come il giudice, svolge una funzione sociale da seguire secondo una severa e rigorosa deontologia. Purtroppo in Italia questo non viene ancora accettato ed è questo - secondo Piero Ottone - il difetto più grave del giornalismo italiano.
Insomma, non c’è speranza? Del giornalismo rimangono solo i “miti” di “è la stampa, bellezza”, della cravatta slacciata di Woodword ai tempi del Watergate, del tagliandino “press” sul cappello, della Lettera 22 Olivetti sulle ginocchia di Indro Montanelli in Ungheria? No, no. “La voce democratica”, giornale - come dichiara il suo direttore - libero da condizionamenti e da interessi di impresa estranei all’attività editoriale, nel suo piccolo, vuole riproporre la professione giornalistica, senza peli sulla lingua e “riscoprendo” i “vecchi ferri del mestiere. Ne ha bisogno la democrazia.
Prospero
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