|
L’argomento è all’ordine del giorno. Tutti dicono: sono tempi di riorganizzazione, razionalizzazione e regolamentazione nel settore del pubblico impiego. E giù con proposte e progetti che riguardano da vicino i dipendenti di ministeri, enti locali e non locali. L’attuale governo, si affrettano a spiegare in coro ministri e sottosegretari, ha la volontà di valorizzare la funzione di servizio ai cittadini, superando incrostazioni, sprechi e disfunzioni, ovviamente il tutto di intesa con i sindacati in un’ottica di valorizzazione e tutela del personale. Si tratta di far funzionare meglio l’Italia e di risparmiare un sacco di soldi.
Ma appena l’assessore al personale del Comune si Roma si è azzardato a voler discutere un attimo sulle due ore al mese di permesso che i dipendenti comunali hanno per andare a “cambiare” l’assegno dello stipendio... apriti cielo. Quasi se lo son mangiati vivo il povero assessore...
Ma vogliamo essere seri? Lo sanno tutti che molti dipendenti pubblici al lavoro ci vanno quando hanno tempo e che ci sono timbratori collettivi dei “cartellini” dove si segna quando si entra al lavoro e quando si esce. Lo fanno a turno. Va a lavorare uno e timbra per due, per tre, per quattro... per venti “lavoratori”. Ma che ci vuole a mettere qualcuno nei pressi delle macchinette dove si timbra? Così, per dare un’occhiata. Sembra facile...
La grande sede-città (vi lavorano quasi quattromila persone) del ministero dell’Economia e delle Finanze di via XX Settembre, a Roma, rappresenta un bell’esempio, anzi brutto, bruttissimo, di come vanno certe cose nel pubblico impiego. Ci sono dipendenti che magari dopo aver fatto i timbratori collettivi, durante l’orario di lavoro vanno a fare la spesa. Si comprano gli spaghetti, i biscotti, una buona bottiglia di vino o la carta igienica, il dentifricio o lo shampoo che proprio quella mattina a casa è finito. Oppure: guarda che bel maglioncino... quasi quasi me lo faccio. E quella sciarpa bella calda? Oh, ecco il braccialetto che cercavo per mia figlia... domani è il suo compleanno... sarà contenta.
Ma non è che vanno nei negozi vicino al ministero, vanno al Cral o alla cooperativa che stanno lì dentro, un vero e proprio “gran bazar” dove c’è di tutto. Niente di male. E’ un servizio per i dipendenti. Ma proprio durante l’orario di lavoro? E guardate bene che non è che viene segnato in qualche modo il tempo passato al “gran bazar” per poi recuperarlo lavorando. No, è tempo “rubato” al lavoro.
Mettiamo assieme chi ufficialmente ha timbrato il cartellino ma se ne sta a casa o a fare qualche altro lavoro e chi passa un po’ di tempo tra gli scaffali e le bancarelle del “gran bazar” (e, poi, qualche puntatina al bar non gliela si può certo negare) e viene fuori qualcosa di “mostruoso”, di intollerabile.
Sono storie amare. Amare soprattutto perché queste cose le sanno tutti e nessuno fa niente.
E non sono storie nuove. Diversi anni fa un mio amico, Paolo, per farsi cucire un vestito su misura è entrato in una stanza di un palazzone ministeriale piena di scartoffie. Ma in quell’ufficio c’era anche un armadio pieno di stoffe d’ogni tipo e il funzionario che lavorava lì faceva anche il sarto.
Prospero
|