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Forse solo chi era lì, a L’Aquila, o in qualcuno dei piccoli paesi intorno, mentre la terra sotto i piedi veniva a mancare a un’intera comunità, può raccontare di che dramma sia quello del terremoto. La forza della natura che si scatena senza che si possa far nulla per opporvisi.
Basta un attimo a far cambiare la vita. A te e a quelli che ti stanno accanto. In pochi secondi tutto quello che avevi e che aveva un qualche valore per te non esiste più. E, ironia della sorte, puoi dirti fortunato se hai perso solo beni materiali, persino la casa, ma le persone a cui tieni sono ancora lì con te.
Il tremare della terra, anche qui a Roma si è sentito forte e chiaro, mi ha rievocato un giorno drammatico della mia infanzia: quando un botto fortissimo seppellì sotto alle macerie i miei due nonni (o almeno così li chiamavo io). Due brave persone che mi avevano salvato da quell’Istituto in cui fui costretto a ritornare. Se oggi ripenso al dolore di quel giorno, mi sento ancora un po’ più vicino alla popolazione abruzzese. E triste.
Ma dopo il dramma bisogna reagire, rialzarsi. E la forza della gente d’Abruzzo è proverbiale. Basta pensare a quel ragazzo, giovane giocatore di rugby, che poco dopo essere stato estratto dalle macerie si è messo a scavare, a aiutare gli altri per tentare di salvare un compagno, liberando due persone.
In cuor mio lo so, l’Abruzzo che ora sembra in ginocchio sarà pronto a rialzarsi in fretta, a risollevarsi e a ricostruire sulle rovine di questo dramma. Né il sostegno e l’aiuto di tutte le altre regioni d’italia, e del Lazio tra le prime, mancherà. Anzi, è già in azione e in maniera encomiabile. Tutti uniti per cercare di fare il proprio, di dare una mano, qualsiasi sforzo si possa compiere. Persino il Parlamento, e per una volta è da applaudire, ha manifestato l’intenzione di compattarsi, di superare le polemiche e lasciare da parte i veleni e i contrasti (eccetto per la storia delle ronde, ma era inevitabile) per affrontare l’emergenza.
Tutti uniti per alleviare il dramma e mettere le zone colpite in condizione di ripartire.
Già, perché superata l’emergenza, fatti i conti con la tragedia, si dovrà ricostruire. E allora verrà il momento di dire qualcosa. Verrà l’ora di chiarire a fondo come certi aspetti della vicenda-terremoto siano stati possibili.
Ovviamente mi riferisco in primo luogo alla storia dell’Ospedale San Salvatore. Una struttura tutto sommato “nuova”, tirata su quando tutte le conoscenze per edificare costruzioni antisismiche erano già a disposizione. Un luogo di ricovero, in una zona delicata per non dire a rischio, che si è tramutato in una grossa trappola per i degenti. In qualsiasi paese civile il nosocomio deve essere il punto più sicuro, più della Prefettura e della Casa dello Studente, che già di per sè hanno costituito due scandali. Qualcuno dovrà chiarire come sono stati fatti i lavori, chi ha controllato e chi doveva controllare. Perché vedere cittadini che piangono disperati maledicendo il “come si fanno le cose in Italia” fa male. Fa male perché in quelle parole c’è anche tanta verità.
E questa constatazione deve essere il punto di partenza, il principio da non dimenticare quando si andrà a ricostruire. Ma qui non c’è solo da ricostruire. Se qualcuno pensa che il terremoto spostato altrove avrebbe fatto danni molto meno catastrofici sbaglia. L’Aquila, nel suo centro nevralgico di eredità medievale, non è diversa da una miriade di cittadine e paesi di straordinaria bellezza disseminati nella penisola, specialmente lungo la dorsale appenninica: testimonianze dirette della nostra storia che vanno tutelate e preservate. Sarebbero tutti da sistemare.
C’è tutto un Paese, allora, da sistemare e, come comincio a ripetere ossessivamente, da mettere a norma. Monumenti e interi centri storici da restaurare e consolidare. Altro che piani casa e “new town”: bisogna mettere in sicurezza il nostro patrimonio paesaggistico, dall’opera d’arte alla singola abitazione. Per farlo serve lavorare. E di lavoro ce n’è tanto da fare...
Nando Vignola
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