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Basta. E’ giunta l’ora di mettere la parola fine agli scandali che girano intorno alla sanità. Perché se c’è un settore che dovrebbe essere tutelato, curato, mantenuto il più possibile efficiente e lontano da giri di affari e interessi è proprio quello dell’assistenza ai malati.
E invece quello che purtroppo a più riprese le vicende che si sono susseguite nel tempo, e intensificate negli ultimi anni, ci dimostrano che le cose non vanno.
Ci dimostrano che oggi la sanità non ha più nulla della “missione” o del “servizio” reso alla comunità: come ogni aspetto della nostra esistenza e del nostro vivere civile in cui girino somme di denaro pubblico, la Sanità è diventato un affare, un business.
Penso agli Angelucci? Certo. Ma non per stare qui a condannare o a fare chissà quali prediche o accuse di colpevolezza: ci sono le indagini sarà la magistratura a fare chiarezza. Il punto qui è un altro. E’ come l’elemento sanità non costituisca altro se non una pedina nello scacchiere di quella, come di altre famiglie. Al pari dell’editoria. Costituisce una fonte di guadagno. Punto. Credo fortemente che se la produzione di zucchero filato rendesse di più e prevedesse dei rimborsi più alti da parte dello Stato, gli Angelucci e tutti i loro “pari ruolo” che in sanità hanno “investito”, abbandonerebbero il campo per sviluppare zuccherifici.
Ma è questo che mi fa incazzare: il fatto che in Italia sia possibile guardare alla sanità come un business e niente più. E sono le regole del gioco a consentirlo.
Né ci si può nascondere dietro un dito, accusando questo o quell’imprenditore di turno, senza tenere conto degli squilibri e delle carenze di un sistema che di per sé concede a i privati di “speculare” in ambito sanitario.
Datemi pure del bolscevico, ma credo nella sanità come diritto di tutti, un dirittto che deve essere garantito dallo Stato. Non, però, utilizzando il denaro pubblico per rimborsare profumatamente le prestazioni effettuate dai privati, bensì per investire in strutture nuove e più adeguate, che consentano di limitare l’intervento dei privati nel settore.
E invece, col solito ritornello dei tagli alla spesa pubblica, il nostro governo ha spinto perché il commissario Marrazzo (che non è un telefilm, ma il titolo che spetta al presidente della Regione quando si occupa della sanità) si impegnasse anima e corpo nel “piano di rientro” del disavanzo della Sanità laziale: risultato? Il San Giacomo non esiste più.
E con i soldi che si risparmiano ogni anno grazie a questa chiusura, si rientra di un quindicesimo di quanto ha rubato la sola Lady Asl, come ci raccontava qualche settimana fa il consigliere regionale D’Amato. Cioè tagliando dolorosamente una voce della spesa per garantire servizio pubblico ai cittadini, si cerca di rientrare di un buco creato da banditi che hanno fatto affari d’oro, da privati, alle spalle dei malati. Allora mi domando: perché non investire di più sul settore pubblico, per garantire un servizio efficiente e adeguato ai cittadini che resti sotto il diretto controllo dello Stato e delle Regioni, cercando di limitare l’ingerenza di quei privati che, da buoni “investitori”, sono interessati esclusivamente a raggiungere il massimo dei guadagni?
E’ vero, ciò comporterebbe degli sforzi maggiori dal punto di vista economico, ma è anche vero che in assenza di controlli adeguati sull’operato delle cliniche private, va a finire che il conto da pagare per il Paese resta comunque alto, a causa dei “ricarichi” che il sistema di rimborsi “facili” e prescrizioni “superficiali” che certe cliniche private hanno messo in atto o saranno tentate in futuro di mettere in atto.
L’occasione fa l’uomo ladro. Purtroppo è una regola che non muore mai. E allora sarebbe il compito di chi governa sottrarre il più possibile la sanità dall’elenco delle “occasioni d’oro”. Intendiamoci, chiunque rubi o faccia irregolarità in ambito di assistenza sanitaria è un bandito, un “uomo di merda” che non esita a compiere un delitto gravissimo, perché a scapito della salute e non solo delle tasche dei cittadini.
Ma non basta lavarsene le mani con un semplice “chi ha sbagliato paghi”: bisogna riformare, rivedere, dare regole nuove, per evitare che accada di nuovo.
Nando Vignola
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