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?Non sempre l’esistenza di un’ampia maggioranza, significa per forza il bene di un Paese. Soprattutto quando si basa su un consenso “consumistico”, su delle presunzioni di verità, su racconti, propaganda, stronzate e non sulla verità stessa. Soprattutto quando si fonda su una grande forzatura, quella dettata da una legge elettorale che più che favorire, impone il bipolarismo e premia le coalizioni anche quando sono accozzaglie. Soprattutto quando, nonostante abbia tutti i numeri per operare in modo rigoroso e compiuto nell’interesse dei cittadini, è frenata non solo dagli interessi, ma specialmente dagli “imbarazzi” del suo leader. Già, perché è questo che avviene in Italia. Un uomo solo è al comando, ma si rischia la paralisi. E’ un dittatore che vacilla, un comandante ferito?un puttaniere sputtanato che non tira più le fila dei suoi, ma anzi è sempre più tirato per la giacchetta da chi potrebbe ancora ottenere qualcosa.
Come i vescovi, che sembrano pronti a incassare i crediti guadagnati nei confronti del Premier, e non sono solo quelli maturati col caso Boffo: quando Berlusconi vanta ottimi rapporti col Vaticano, alle parole dovrà far seguire fatti concreti (e questioni delicate come il testamento biologico non mancano, per far notare la sua riconoscenza).
Come la Lega, che di fronte alla pessima situazione personale del Premier si sta mobilitando ber far pagare il prezzo della propria fedeltà: in condizioni di normalità, altrimenti, ottenuto il via libera al federalismo fiscale, incalzato a dovere e con successo il governo su immigrazione e “sicurezza”, quelli del Carroccio non avrebbero motivo né occasione per rilanciare con nuove folli richieste.
No, una maggioranza come quella attuale e, soprattutto, un uomo da solo al comando non vanno bene, non fanno il bene del Paese.
E allora, di fronte alla terribile situazione di stallo in cui siamo venuti a trovarci, per la quale non sono esenti da responsabilità i mezzi di informazione e un’opposizione che deve ancora trovare la sua strada, credo che l’unico appello da rivolgere, l’unica speranza da nutrire, l’unico invito da spendere va rivolto a Gianfranco Fini.
Sì, credo che Fini può essere l’uomo che ci traghetta fuori da questa crisi istituzionale e politica. Serve coraggio. Ma un amo l’ha già lanciato Pierferdinando Casini: costruire di nuovo il centro, perché il bipolarismo all’italiana semplicemente non funziona. E possibilmente tirarci dentro anche Roberto Formigoni, che vedo adatto a ricevere incarichi di peso in una nuova realtà moderata, e quel Luca Cordero di Montezemolo che ormai è più che pronto per l’ingresso in politica. Con loro Casini, appunto, e soprattutto Fini, per risollevare il Paese e inaugurare una stagione tutta nuova.
Per me l’ex leader di An deve tornare a essere leader.
Deve seguire le orme di Giuseppe Saragat e allo stesso tempo assimilare la lezione di Alcide De Gasperi.
Quando, di ritorno dal viaggio negli Usa del 1947, De Gasperi estromise socialisti e comunisti dalla guida del nostro Paese, vedeva aperta dinanzi a sè una strada apparentemente comoda e faclie. Quella di governare da solo, di rifuggire qualsiasi alleanza e contare solo sui propri mezzi. Sul consenso della Dc, sulla forza della Chiesa. Una forza, un potere, un’ingerenza, quelli del Vaticano, che avrebbero schiacciato i vertici istituzionali della neonata Repubblica con pericolose deviazioni a carattere teocratico.
No, stare da soli al comando e sotto il possibile scacco della Chiesa non avrebbero fatto il bene del Paese. Un po’ come accade oggi. Ma De Gasperi era un grande statista e non cadde in tentazione, non si fece attrarre da facili soluzioni. Cercò al contrario alleati laici, con cui compiere il cammino, coi quali stemperare il peso della confessione cattolica.
E un alleato lo trovò proprio in Saragat, che con la scissione di Palazzo Barberini dal Partito Socialista diede vita al suo Partito Socialdemocratico, e contribuì pesantemente alla rottura di un possibile stallo.
Fornì a De Gasperi un fedele alleato riformista, antifascista e “atlantista” (favorevole all’ingresso nella Nato) distaccandosi da un socialismo all’epoca quasi per forza schiacciato su posizioni comuniste e filosovietiche. Fu una svolta.
Ed è una svolta che chiedo a Gianfranco Fini. I segnali di esserci, di voler contare, di voler indirizzare la vita del Paese per il meglio li ha già dati. Ora non si fermi. Non si faccia intimorire dagli scagnozzi di Berlusconi, anche se armati di penna e calamaio avvelenati, e trovi la forza di completare l’opera. Con una scissione. La scissione da Palazzo Grazioli.
Dimostri di essere uno statista, uno che non guarda solo a sé stesso e all’oggi, ma che pensa al futuro di tutta l’Italia, abbandonando la comoda veste di traino del Cavaliere, perchè alla storia del “cofondatore” non ci crede nessuno: finché resterà nella vecchia casa delle libertà, che oggi è diventata un popolo ma alla fine sempre una casa (chiusa?) è, Fini sarà soggiogato al vero leader del centrodestra. Quel leader ferito che non vuole mollare la presa e mette a rischio il destino della penisola.
Da Fini deve partire tutto: senza di lui il “grande centro” di Casini avrebbe le possibilità che ha oggi la Ferrari di vincere il mondiale, zero.
Una svolta di questo genere gli varrebbe un posto al Colle: nessuno potrà opporsi a una sua candidatura se davvero salverà l’Italia dal Cavaliere.
Io ce lo vedo, Presidente, con Formigoni a capo del Governo, Montezemolo a indirizzare la nostra economia e Casini a guidare il nuovo partito. E possibilmente qualche volto nuovo, di gente con le palle e capace, impegnata a riformare uno Stato che è ridotto male.
E’ una delle ultime occasioni, prima che sia troppo tardi...
Nando Vignola
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