La voce di Nando

I progetti di Marzano e la dura realtà

La “Commissione Attali de noantri”, perfetta descrizione della Commissione Marzano, che aveva rischiato di essere una Commissione Amato, e che il “Sarkozy barese” aveva fortemente voluto sin dall’entrata in carica, ha partorito i suoi frutti. Si tratta di indicazioni precise che, tutte assieme raccolte in un Rapporto, rappresentano un vero e proprio “piano” capace di guidare la Capitale attraverso il futuro.
E quando si parla di “futuro”, tutti si stropicciano gli occhi e cercano di prefigurarselo luminoso. Quindi, per il futuro, la Commissione ha pensato in grande: vogliono che Roma sia davvero Caput Mundi, quindi dovrà funzionare e, per farlo, rinnovare e rinnovarsi. Già. E chi non lo vorrebbe...
Non intendo, né potrei entrare troppo nel merito delle modalità individuate per perseguire questo splendido futuro. Ma siccome da molto tempo seguo la politica, sono un po’ pessimista.
Perché quando il Rapporto della Commissione Marzano parla di creare “policentrismo” e “nuove centralità” diverse dal Centro Storico, decentrando anche le attività direzionali, e accenna al recupero dell’ex Sdo di Pietralata, un po’ di brividi mi rivengono. Ma non per l’idea in sé. E’ che mi torna in mente il buon vecchio Piano regolatore della città di Roma, quello del 1962: mi tornano in mente le aspirazioni a spostare uffici importanti, amministrazioni, interi ministeri nel quadrante Sud-Est. Soprattutto, mi torna in mente il fatto che quell’aspirazione non fu altro che frustrata, come avviene quasi sempre in Italia se si parla di “piani” e di “pianificazione” più in generale.
Se vado poco più indietro nel tempo, mi ritorna in mente la “Nota Aggiuntiva” alla Relazione generale sulla situazione economica del Paese per il 1961, presentata alla Camera dei Deputati, sempre nel 1962, da Ugo La Malfa (in quell’anno ministro del Bilancio). Un breve documento che già allora, partendo dall’analisi della storia economica italiana, individuava i problemi e le soluzioni da attuare con una forte programmazione: con investimenti nelle infrastrutture, riformando la pubblica amministrazione, con la politica dei redditi e quella della ricerca, rilanciando scuola e formazione. Tutte aspirazioni mortificate.
E non posso non rievocare il cosiddetto “Piano Vanoni”, ancor più lontano nel tempo: un vero e proprio piano decennale di pianificazione economica occupazionale e strutturale del nostro Paese, che il buon ministro del Bilancio propose per il lontano ’55, senza che il suo lavoro trovasse esito.
Insomma, non voglio “gufare” l’operato della Commissione Marzano: voglio solo che tutti ricordino che qui non siamo in Francia. Siamo in Italia, e i “piani” per il futuro, con il rinvenimento e l’utilizzo di fondi, con lavori ingenti da fare e progettare, hanno sempre fatto i conti con interessi “particolari”, tanto lontani da quelli dei cittadini quanto forti e, finora, quasi sempre insormontabili.


Nando Vignola