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Una volta, ma non così tanto tempo fa, nessuno avrebbe mai fatto caso a cosa pensasse il Brasile della nostra Repubblica.
A patto che non si parlasse di calcio, di Zico o di Falcao, di mondiali e di tattiche “catenacciare”.
Ma no, di quello che il Brasile, a livello politico e istituzionale, credeva rappresentasse l’Italia, non gliene fregava niente a nessuno. Semmai, parlo con un po’ di patriottismo che non fa mai male, sarà stato il Brasile a prestare attenzione ai giudizi provenienti dal vecchio continente. E adesso? Di colpo tutto è cambiato.
Per colpa, o grazie, fate voi, della mancata estradizione di Cesare Battisti, l’ex terrorista condannato in via definitiva a due ergastoli per aver partecipato ad alcuni omicidi durante gli “anni di piombo”. E soprattutto di quelle motivazioni che tanto hanno destato scalpore e rammarico, espressi pubblicamente con forza dai più, e in particolar modo dal nostro Presidente della Repubblica così come dal Presidente della camera dei Deputati. Battisti in Brasile è un rifugiato politico, cioè non viene estradato per timore, tra l’altro, di possibili persecuzioni nei suoi confronti.
Che tristezza. Qui non voglio affatto entrare nel merito della storia personale di Battisti, non è purtroppo solo lì il punto. Il fatto che mi rattrista e mi allarma sta invece proprio in quelle motivazioni.
Di fatto, il Brasile ci dice che non si fida. Che l’Italia è un Paese che non fornisce adeguate garanzie alla sua popolazione, alle persone, ai singoli individui.
Devo tradurlo meglio?
L’Italia per i brasiliani è molto più fascista di quanto non si creda. Prendetela per una chiave di lettura audace, scorretta, parziale, “stronza”.
Però il pensiero mi tormenta. Il pensiero che sicuramente i brasiliani sbagliano e hanno sbagliato, e spero si ravvedano: ma che ci sia anche la minima possibilità che l’Italia osservata da lontano, da migliaia di chilometri di distanza, appaia più nitida, meno sfocata di quanto non sia per i suoi abitanti, confusi, tirati per la giacchetta da questo o quell’amministratore locale, da questo o da quel servizio in tivvù, da questo o da quel fondo di politica.
Alla fin fine, cosa avrà mai potuto spaventare a tal punto il governo verde-oro?
Forse il comportamento del nostro, di Governo?
Il ricorso smodato alla fiducia per imporre le proprie leggi, anche quando fossero al limite della costituzionalità, rivolte agli interessi di una cerchia così ristretta di persone da diventare quadrato?
Le lamentele di una delle più alte cariche dello Stato, lo stesso Presidente della Camera, oltretutto stretto alleato politico del Premier, circa il vilipendio che si sta facendo del Parlamento e del suo ruolo costituzionale, attraverso l’uso eccessivo di decreti legge su cui, magari, porre la fiducia?
Saranno forse state certe dichiarazioni sul fascismo, che ancora a volte mi domando se viene visto o meno come “male assoluto” dalla destra italiana?
Sarà stato magari il clima, l’aria di revisionismo storico che comincia a tirare, quando ancora ferite insanabili restano aperte nella nostra coscienza popolare?
Sarà stato il fatto che un docente si è messo a negare l’olocausto di fronte ai ragazzi, quegli stessi ragazzi che dovrebbero guardare al futuro anziché perdersi dietro a certe stronzate sul nostro passato, che dovrebbero costruirsi un avvenire e non stare appresso a certe puttanate da scrivere sui muri o tatuarsi addosso?
O, più in generale, sarà stato il fatto che oggi in Italia, lo Stato è assente, non funziona, non si interessa di promuovere la giustizia così come se ne frega della giustizia sociale, alimentando un clima di violenza, di egoismo, di clientele e sopraffazione che tanto da vicino ricorda quei tempi che hanno dato via al fascismo?
Qua si è garantisti quando abbiamo bisogno di essere garantiti, colpevolisti quando sono gli altri a poter essere colpevoli, e vendicativi quando non c’entriamo.
Battisti deve tornare, punto e basta. Non ci piove.
Ma intanto noi italiani (non certo per lui, chi se lo incula, ma per noi stessi) dobbiamo rialzare la testa, e fare di tutto perché il nostro Paese sia migliore di com’era quando è scappato.
Nando Vignola
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