La voce di Nando

Ricatti occupazionali da "cravattari" e in "trans" igenza dimenticata

I vari “ad”, i signori che hanno inmano le redini dell’industria automobilistica in Italia, sono spesso sorridenti e amichevoli, chi col gessato, chi colmaglioncino elegante. Magari senza cravatta. Chissà com’è. Forse, ora come ora, la cravatta sta al collo del nostro Paese. E loro stanno lì che regolano il nodo, la stretta. Ce li date gli ecoincentivi? No? Allora qua va tutto a puttane, lasciamo per strada gli operai e sono cazzi vostri. E così era a gennaio.Adesso il nuovo ritornello è “quello che faccio col lavoro di cinque stabilimenti in Italia, in Brasile lo faccio con uno solo”. Già, manco stesse a via Gradoli, sto stabilimento: altre inculate dal Brasile. E perché cazzo alle macchine italiane, con gli incentivi dello Stato, che poi sono i soldi degli italiani, ci deve lavorare la manodopera brasiliana? Perché nessuno dice a questi signori che coi soldi degli incentivi devono cercare di pagare gli stipendi qui in Italia, e non stare appresso alle regole del capitalismo più intransigente? Sennò, anziché puntare la pistola alla tempia del nostro Paese, siano loro a decidere: o gli “aiuti di Stato” ma di spendere a sua volta in aiuto del personale italiano, o una bella Cep.de.ca. (è una sigla che non traduco per eleganza, serve un po’ di immaginazione) se si decide che il futuro delle aziende è prima di tutto negli stabilimenti all’estero. Ma basta, basta ricatti e prese per il culo. Basta col ritornello “se lo Stato non mi aiuta tanti italiani perdono il lavoro”. Anzi, adesso siamo passati pure a “il governo deve decidere”, proprio come quando gli strozzini ti dicono di decidere tra pagare o avere la casa bruciata: nemmeno te le dicono più le condizioni, tanto te le puoi benissimo immaginare. E sia, poi: dopo decenni, lo ripeto, di aiuti di stato (non ci pigliamo per il culo più di tanto, è una vita che certe aziende godono di condizioni del tutto speciali nel panorama delle imprese italiane) è il momento che il settore intero e i suoi baronetti affrontino la realtà con onestà e rigore. Scelgano pure di mollare l’Italia, se ne vadano nel famoso stabilimento brasiliano a produrre. Un paio di modelli glieli consiglio io: la “Natalie 2000”, all’avanguardia per il cambio manuale e la poderosa marcia indietro, e il “modello Battisti”, che ti fa diecimila chilometri in una notte, basta che si scappi dall’affrontare le proprie responsabilità davanti alla giustizia italiana. Torno serio per un momento: fa incazzare, e fa incazzare pure tanto che un settore da tempo incalcolabile fa i suoi conti sulla pelle dei lavoratori, degli operai, dei padri di famiglia. Li usa come fossero degli ostaggi, per poi sfruttare gli investimenti dello Stato, il bottino, senza rispondere dei propri errori. Per i dipendenti Fiat e per tutti i cassintegrati, lavoratori a nero, sottoccupati e disoccupati del nostro Paese, un esercito che fa tremare tutti tranne il Premier (lui i significati di quelle parole neanche li sa), la soluzione magari c’è e sta sotto i nostri occhi tutte le sere.
Si chiama prostituzione. Battere, sì, fare le “marchette”. Beh, che c’è, ci scandalizziamo? E perché mai? Pensate che servirebbero altri canali televisivi, poi, per ospitare tutti? Ma come, c’è il digitale terrestre fatto apposta per avere più posto... Sia chiaro, non ho nulla contro le prostitute, che spesso sono “prostituite” come ripete da anni una voce amica di questo giornale, né tantomeno contro le trans. Anzi, credo che le loro sono le anime più innocenti nelle vicende di questi ultimi tempi. Però, come sempre, c’è un grosso però. E riguarda il ruolo della televisione, quello dell’informazione e quello della politica. Perché se non ho nulla in contrario a che gli schermi televisivi approfondiscano la realtà e cerchino di farlo ascoltando la vera voce dei suoi protagonisti, è pure vero che certi meccanismi io proprio non li capisco. Non capisco, ad esempio come possa passare inosservato un dato: più di una volta le trans che iniziano a dilagare nei salotti buoni della tv pubblica e non solo, hanno fatto riferimento alla loro situazione attuale, al “lavoro”, alla diffidenza dei clienti dopo gli scandali, al calo di reddito. E nessuno che dice “reddito? quale reddito?”. Nel Paese dell’eterna lotta all’evasione (lotta un cazzo, dico io, guardate che “scudo” usiamo per combattere...), del reato di sfruttamento della prostituzione, nella città delle ordinanze che colpiscono i clienti delle prostitute, una donna o una trans che va in televisione a dire che in questi periodo “guadagna” poco non scandalizza nessuno. Peggio ancora, nessuno si fa domande quando passa il messaggio del mix tra sesso e droga negli incontri in questione. Possibile che le inculate le possa dare solo la Finanza, ma non c’è un finanziere che sia saltato quando si parlava di “inculate in nero”? E nessuno che andasse a fondo su chi siano i clienti: c’è forse il segreto professionale? E gli spacciatori? Non interessa a nessuno da chi si riforniscano queste persone quando organizzano incontri a pagamento a base di “neve e pacchi diNatale”, di “polvere bianca e palle colorate”? Ripeto, mi spiace davvero per chi è costretto a vivere in certe condizioni (quasi mi dimenticavo, ma i padroni di casa di via Gradoli qualcuno li sta cercando?) e a svolgere un simile “mestiere” per campare, hanno lamia comprensione e ilmio affetto. Ma mi fa incazzare l’ipocrisia di un Paese che ne sfrutta l’immagine per dar vita a un “divismo” aberrante e umiliante: l’ipocrisia di un Paese dove sopra una certa soglia di reddito, di popolarità e di “interesse” tutto è concesso, tutto è passato con una mano di lucido lustrascarpe e la merda diventa bianca sotto un velo di cipria. Al di sotto di quella soglia, invece, sono cazzi per tutti. E nemmeno li volevamo...


Nando Vignola