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Credo che non ci sia niente di più vero del fatto che l’Italia “fa acqua da tutte le parti”. Pensate, gli acquedotti italiani perdono oltre metà dell’acqua che trasportano. L’allarme è stato lanciato dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici: gli acquedotti italiani sono un colabrodo e riescono a perdere il 42 per cento dell’acqua che in essi viene convogliata. E tutto per colpa di una rete idrica, quella italiana, costituita da oltre 291 mila chilometri di tubi, che hanno mediamente 32 anni di vita e che lasciano per strada quasi metà del volume erogato. Una situazione paradossale, da terzo mondo, dovuta in alcuni casi alla scarsa manutenzione, sia ordinaria che straordinaria, degli ultimi vent’anni e all’assenza assoluta di investimenti, oggi ancora di più necessari per ristrutturare una rete idrica fatiscente in cui addirittura, in alcune regioni, è a secco un rubinetto su tre.
Insomma, per ogni litro d’acqua che esce dal nostro rubinetto, ce n’è un altro che finisce chissà dove. Che “si spreca”.
Che cosa fare per far fronte a questa emergenza? Qualcuno per cercare di arginare il problema propone l’idea di aumentare il prezzo dell’acqua, nella speranza che i consumi si abbassino, altri propongono di consumarne meno per la propria igiene personale. Ricordo un’assurda dichiarazione di Fulco Pratesi, il quale sosteneva che lui per risparmiare acqua si lava poco, un solo bagno a settimana (e se ne vanta da anni). Oppure quanto sostenuto tempo fa dal sindaco di Londra, Ken Livingstone, che si vanta di non tirare sempre lo sciacquone dopo aver depositato qualcosa nella tazza del gabinetto. Lo fanno per risparmiare acqua. E i loro figli si divertiranno a vedere gli stronzi del papà mentre galleggiano.
E’ vero che l’acqua è un bene prezioso, ma personalmente lavarmi è l’unica cosa che realmente riesce a calmarmi quando sono nervoso. Non ne riuscirei mai a fare a meno.
Ovviamente tiro lo sciacquone con “assurda” regolarità.
Mi rendo perfettamente conto che l’acqua è un elemento naturale, che dovrebbe essere alla portata di tutti e non dovrebbe mai andare “sprecata”. In questo senso dovrebbe puntare il “progresso”. Non a manipolare la realtà con elementi “innaturali”.
Penso alla chimica, e al suo uso “deviato” per dare vita a sostanze sintetiche che alterano le percezioni dei ragazzi, tanto da garantirgli l’agognato “sballo”. Peccato che a volte, purtroppo sempre più spesso, diano anche la morte.
E penso anche a quei “preparati” capaci di alterare, invece, le prestazioni fisiche. Tanto utilizzati, è inutile negarlo, nello sport. Tanto “rifilati” da medici e preparatori atletici ai loro ragazzi, che non sono più ignoranti in materia come una volta, quindi sanno molto bene a quali rischi potrebbero andare incontro. Ricordo ancora con rabbia le testimonianze dei giocatori della Juventus nel noto processo che vide imputato, tra gli altri, il dottor Agricola: ragazzi che facevano gli smemorati o i “finti tonti”, che pareva non fossero in grado di distinguere delle vitamine o un’aspirina da sostanze dopanti pericolose per la loro stessa salute. Adesso l’attenzione è tornata con forza sul ciclismo, grazie al caso di Riccò e Piepoli. Va detto che spesso anche il pubblico ci mette del suo, soprattutto quando si parla di biciclette. Siamo tutti pronti a spalancare la bocca in atti di ammirazione, o a “spellarci” le mani dagli applausi, non appena un ciclista si alza sui pedali e scatta mentre scala anche la più impervia salita. Come se nulla fosse, come se fosse un miracolato o avesse tanto di quel pepe al culo da non sentire per niente la fatica. E poi… sorpresa, scandalo! Era “dopato”! Ma che ci aspettiamo, se nemmeno i nostri politici hanno accettato il provocatorio invito a sottoporsi agli esami “antidoping” o “antidroga”! E non devono fare altro che scaldare comode poltrone e sparare mirabolanti stronzate…
Certo, fa un po’ specie, al di là dei provvedimenti della giustizia sportiva, vedere la durezza della magistratura francese contro i ciclisti dopati. Il segno di una intolleranza verso chi “frega” senz’altro diversa dalla nostra: qui da noi nemmeno per reati gravi, a volte, si rischia di fare un solo giorno di carcere… D’altra parte, però, attendo che altrettanto rigore sia utilizzato nei confronti dei medici sportivi della squadra in cui il nostro Riccò militava: non credo, infatti, possibile l’eventualità che non c’entri nulla con questa vicenda…
Resta il fatto che il ciclismo è uno sport faticoso, duro. Bellissimo ma massacrante. Una disciplina in cui è difficile emergere, da che mondo è mondo. Ricordo che quand’ero ragazzo, i miei amici persino alle gare di paese si premunivano della fantomatica “bomba”!
Senza contare la sempre viva “moda” di “rinnovarsi” il sangue mediante “autotrasfusione”.
Un gesto che, a ben vedere, potrebbe ledere la sensibilità di chi, al sangue trasfuso, deve fare o ha fatto ricorso per motivi ben più gravi e seri.
Trasfusioni. Ad offendere intere famiglie e generazioni ha pensato già lo Stato, o chi per certi versi era chiamato a rappresentarlo. E infatti solo pochi giorni fa la Suprema corte stabilisce che non ha diritto all’indennizzo chi ha contratto l’epatite silente in seguito a una trasfusione. Dunque niente benefici in base alla legge 210/92 e solo perché i rischi di esposizione per la spesa pubblica possono diventare imponderabili. Un giro di vite che arriva inaspettato a seguito di una decisione nel merito e che rigetta la domanda di una ammalata, colpita da infezione Hcv post trasfusionale. Il mio pensiero, chiaramente, va a tutte quelle persone coinvolte dal dramma delle trasfusioni di sangue infetto, che hanno addirittura perso parenti, amici, o che abbiano visto la propria vita rovinata per i sudici interessi di pochi.
Interessi vili, patetici, disumani. Perché arricchirsi sulla pelle dei cittadini, dei malati, è una cosa schifosa. E chi lo fa è una merda, non trovo altre parole per descriverlo.
Nando Vignola
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